Etiopia
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Etiopia

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April 14, 2026
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Etiopia

[English version below]

Capitolo 1: Il Sacro Ventre di Terra ed Acqua

"Aimalé, belle genti". Così salutano i Dorze sui pendii della Great Rift Valley etiope.

La differenza tra i nostri popoli è epocale: è un altro mondo nel mio mondo. Sono nel Sacro Ventre di Terra ed Acqua.

Così lontano sono in questa punta del Corno d’Africa. Lì fuori è guerra, ancora e ancora. Anche qui si spara. Pace non è. Eritrea, Somalia, Sudan, Tigrai. Musulmani, ortodossi, protestanti. La modernità avanza creando miseria dove forse non c’era mai stata. Ma non è come si pensa e crede. Forse poco e niente lo è.

Il sud del paese è pulito. Meravigliosa civiltà rurale. Dignitosa, degna, forte.

Mi alzo a mezzanotte e anche prima tutte le mattine. Il sole qui, vicino all’equatore, sorge alle 6 e tramonta alle 18. Dodici ore di luce e dodici di buio. Siamo nel 2018 in Etiopia. L’ora zero, la nostra mezzanotte, corrisponde alle 6 del mattino. Tutto inizia con il sorgere del sole.

Usciamo dall'aeroporto di Addis Abeba con il buio, manca poco all'alba. Una folata di aria fresca, pulita mi investe, profuma di eucalipto. Mi fermo, respiro, mi guardo attorno. È piacevolissimo come benvenuto. Siamo a 2800 metri. Lo saremo spesso in quota, supereremo i 4000. L'antica città sufista di Harar è a 1800 metri, Lalibela a 2400. Altezze perfette a queste latitudini. Eterna primavera. Domani invece saremo a 120 metri sotto il livello del mare in Dancalia.

L’Etiopia, geograficamente Africa, è anch’essa un mondo a parte. L’Africa è immensa. Lo capisco ora ,su queste strade nella polvere. Questa è la percezione frammentaria di un viaggiatore privilegiato.

Viaggiamo accompagnati da un conducente etiope, Biruk — per noi Bruk. Il buon karma ce lo ha donato. Stiamo trascorrendo lunghe settimane assieme e migliaia di chilometri. Siamo Hermanos.

Bruk è un city boy, così lo chiamo spesso. Nato in case di legno e fango e cresciuto in città, la capitale: Addis = fiore. Abeba = nascente. Addis Abeba.

Sposato con tre bei figli, due femmine, un maschietto. Moglie proveniente da famiglia più agiata. Inglese buono. Bruk è simpatico, solare, spensierato.

Attraversiamo la Rift Valley su e giù, a zig-zag dentro e fuori la gigantesca e viva spaccatura che mi affascina da sempre. Dal lago Turkana, nell’estremo sud, fino al confine a nord con Gibuti, nella depressione dancalica. In Etiopia la frattura tettonica è incassata tra imponenti altopiani che superano mediamente i 2000-2500 metri. Questa enorme frattura della crosta terrestre si estende per circa 6000 km da nord a sud, partendo dal sud-ovest dell’Asia (Libano e Siria) e arrivando fino al Mozambico, nell’Africa sud-orientale.

È stagione secca. Le piogge copiose arrivano verso giugno e fino a settembre cambiano radicalmente il paesaggio. Penso. Vorrei tornare in quel periodo e vederla verdissima, vedere i fiumi, i laghi, le pozze, gli alberi e l’erba brillare al sole. Tsehai (il sole in amarico) è implacabile: appena le piogge Kiremt si esauriscono tutto si secca immediatamente. I fiumi si prosciugano, natura e uomini sopravvivono con il minimo dispendio di energie, in milioni con enormi sforzi.

Siamo acqua! Ed è così palese qui quanto essa sia alla radice della nostra esistenza. Quanto più vicini sono i pozzi ai villaggi, tanto meno impegnativa è la vita di milioni di persone. Ho visto migrazioni quotidiane di migliaia e migliaia di bambini e asini andare a prenderla con le taniche gialle che fornisce il governo. I più fortunati qualche chilometro ogni giorno, i meno ,a volte,per giorni.

L’acqua condiziona enormemente la vita: dove c’è tutto l’anno, l’armonia con la natura degli etiopi accarezza e dà pace; dove scarseggia, il lavoro diventa durissimo. La vita cambia.

Acqua è energia in tutte le sue forme. La Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), o Diga della Rinascita, la più grande infrastruttura idroelettrica d'Africa. Sorge lungo il corso del Nilo Azzurro, fiume che ha la sua sorgente nel Lago Tana, sugli altopiani etiopici. La diga è fondamentale per la strategia energetica dell'Etiopia.

Mi trovavo in Egitto in fuga al tempo del Covid. La costruzione della diga etiope era su tutti i giornali ogni giorno. Non era mai successo che qualcuno in millenni di storia del grande Nilo, oltre all'Egitto, pretendesse di fare una cosa simile. Toccare il grande fiume! Leggevamo di minacce di bombardare la diga da parte del governo egiziano. In un contesto in cui le indispensabili e preziosissime risorse idriche sono fonte di contesa in molti paesi, abbiamo approfondito il tema tra il popolo egiziano. Il governo ha instillato grande paura in tutto il popolo. Il Nilo scenderà di livello, ci rimetteremo tutti, sarà una catastrofe per l'intero Egitto che vive quasi esclusivamente di quelle acque. Basta guardare Google Earth per capirlo subito. L'Egitto conta circa 120 milioni di abitanti, di cui oltre il 95% vive concentrato lungo la Valle del Nilo e il suo Delta. Questa popolazione occupa appena il 5% del territorio nazionale, rendendo le sponde del fiume una delle aree più densamente popolate al mondo. Notiziona quindi! Apocalittiche conseguenze.

Così non è e non è stato. L'Etiopia ha gestito la paura dell'Egitto con un riempimento graduale durato anni, sfruttando solo le stagioni delle piogge per non svuotare il fiume a valle. l'acqua non viene "consumata": passa nelle turbine per fare energia e poi continua a scorrere verso l'Egitto. È stata quindi una strumentalizzazione creata dai media in primis e da altre mire del governo egiziano e oscuri alleati. Solita storia... niente è come sembra!! Il mainstream è corrotto fino all'osso.

Certo che se non pioverà a sufficienza tutto cambia ,e cambia per tutti L'Etiopia ha comunque tutto il diritto di avere risorse e ricavarle dal Nilo come ha fatto l'Egitto. Gli egiziani fanno fatica a concepire che qualcun altro possa amare quel fiume, viverci, abbeverarsi,nutrirsi ,cantarne le lodi da millenni. In Etiopia se ne sono scritte altrettante. Mi ascolto delle canzoni che mi indicano gli etiopi, leggo i meravigliosi testi che dichiarano amore al fiume. I fiumi, la terra, il cielo, le montagne sono di tutti!!! Madre Terra ci ospita tutti assieme, senza distinzioni, è lei e solo lei...

Il governo sta ricostruendo ogni centro di città e villaggi, vuole viali con marciapiedi e piste ciclabili (non ho visto una bici in migliaia di  km!). Porta l’acqua con i camion in molte zone, ma sono in milioni e milioni a dipendere solo dai loro sforzi per procurarsela. Io capisco quanto immensamente complesso sia gestire una nazione come questa di 150 milioni, ma credo che l’acqua debba essere la priorità assoluta: l’acqua prima ancora dei marciapiedi con gli alberelli e prima anche dell’elettricità che manca. Si stimano circa 60 milioni di persone, un'intera nazione come l'Italia senza elettricità, da sempre! Devono scavare pozzi per prima cosa, creare bacini idrici. Si dice vi sia acqua in grande quantità sotto terra.

Milioni di persone vengono rimosse a forza dalle loro case nelle città e cittadine. Ovunque. È impressionante. Dove passa la strada si vogliono creare viali larghissimi, tutte le case vengono abbattute e spostate più indietro, a molti viene dato solo un pezzettino di terra e la casa se la devono ricostruire con le loro forze. Nabil ha vissuto nella città vecchia di Harar da sempre, lui e tutti i suoi avi. Ora una parte della città viene abbattuta compresa la sua casa. È disperato. Gli affibbiano un pezzettino di terra nella periferia e ciao. Questo crea disagio e tensioni in tutto il paese. È logico. Un altro mi dice: "Ma perché non possono fare un nuovo centro facendo passare la strada da un'altra parte? Abbiamo un sacco di spazio". Ha ragione. Così è...

Potrei scrivere così tanto solo su questo. Immaginate cosa sia voler portare la cementificazione a una popolazione di quasi 150 milioni di individui, moltissimi dei quali vivono da millenni nelle loro terre e nelle loro case. In Etiopia vivono dichiarati 130 milioni, stimati 150.

Capitolo 2: Tra la Polvere e le Cicatrici

Ora viaggio nella polvere. Cerco di immaginare come possa essere nella stagione umida mentre osservo i terrazzamenti di orzo, mais, grano sui pendii ora bruciati. Avrei voluto essere qui in quei mesi. Sono un clorofilliano!! Va bene così... l'umanità che attraverso non mi lascerebbe comunque distogliere lo sguardo a lungo. Tanto è intenso l'incontro con questa civiltà.

Il paese è grande, quasi quattro volte l’Italia. Ha poche strade, e tutto sommato buone, ma sono poche. Lungo la Rift Valley corrono le principali vie che collegano il paese da Gibuti al Kenya. Da lì si ramificano poche strade verso gli sconfinati altipiani remoti dei quattro angoli del paese, dove vive la maggioranza della popolazione senza elettricità e spesso con carenza d'acqua.

Percorriamo molto spesso centinaia di chilometri in più per raggiungere città come Harar. Purtroppo in molte zone non si può andare per l’instabilità: Axum, Gondar, la regione del Tigray non sono consigliabili via terra. Ascoltiamo, un po’ tristemente, il consiglio: mancheranno queste antiche perle d’Etiopia ai nostri occhi. Grati immensamente lo stesso.

Non so cosa aspettarmi da Harar mentre entriamo in città, che sembra pulita. Ho trovato il sud del paese molto più pulito rispetto al nord. La plastica è stata bandita poco tempo fa. Al sud si raccoglie e si ricicla, lasciando un paesaggio rurale che non ho mai visto prima in paesi non modernizzati, quasi intatto. Ma tutto dipende dalle amministrazioni locali. Basta un cretino, un balordo, per compromettere l’equilibrio fragile di villaggi e popoli. Lo vediamo tutti anche nel nostro mondo, in questo delicato e inquieto momento storico.

Gli Hamer li incontro in un fiume quasi asciutto, affluente dell’Omo, un mattino del quinto giorno di viaggio. Prima incontriamo i Dassanech.

Che popolo, questi Hamer. Che meraviglia. Per loro il tempo non corre in avanti: ritorna. È fatto di stagioni, animali, riti. Il futuro non è un progetto da costruire, ma un equilibrio da mantenere. Il buon karma vuole che assista al salto dei tori. Trascorriamo tutto il giorno con loro: il governo fa pagare salato il privilegio di poter varcare la porta di un’altra civiltà, così distante e integra. Fa bene da un certo punto di vista.

Trent’anni fa, il contatto con i Masai in Tanzania mi aveva scosso alla radice. Gli Hamer ancora di più. Sono belli, statuari, eleganti, sobri, aggraziati e profondamente radicati nel loro essere. Ci sentiamo benvenuti alla cerimonia del salto dei tori. Sono cordiali e sembrano felici di condividere le loro usanze. Dovranno passare ore prima che inizi. Le donne cantano e ballano in continuazione. Vedo che alcune hanno delle cicatrici sulla schiena, alcune sanguinano.

Poi succede. Due giovani si avvicinano. Lui ha un legno, una bacchetta tra le mani. Lo sguardo di lei è di fuoco, di sfida all’ennesima potenza. Si avvicina al giovane maschio e gli fa cenno di colpire. Lui lo fa, picchia la schiena della donna con un movimento velocissimo. Nel suo viso noto una dolcezza in netto contrasto con l’atto di violenza. Vedo sangue sulla schiena della giovane Hamer.

Lei si infuoca e, senza togliergli gli occhi di dosso un solo attimo, si avvicina e fa cenno di voler essere colpita un’altra volta. Poi si gira verso tutti gli altri, urla qualcosa, alza i pugni in segno di forza, esprime e urla fierezza da ogni poro. Si avvicina e chiede nuovamente. Si sente il colpo secco della frusta sulla carne, netto e definitivo. Sanguina.

Le frustate non sono punizione, ma un gesto rituale: le donne scelgono di riceverle per dimostrare lealtà, creare legami e incarnare forza. Le cicatrici diventano memoria visibile di quel legame, una scrittura incisa nel corpo.

Scambio delle gestualità con loro. Sono affettuosi, bonari. Ma chi sono questi esseri? Le distanze tra le nostre civiltà sembrano essere incolmabili. Ogni viso che osservo non passerebbe inosservato in qualsiasi contesto: tanta è la saggezza che vedo in quegli occhi, una presenza piena e consapevole.

La saggezza non ha colore, non ha razza, non ha tempo. È equilibrio.

È determinazione senza rigidità.

È accettazione che non è resa, ma comprensione. È luce.

I Dassanech mi toccano molto meno. Vivono in una specie di igloo di lamiera, con un caldo torrido, quasi soffocante. I villaggi sono malandati e vedo anziane trascurate che tendono la mano. Mi dicono, dopo la visita, che praticano l'infibulazione. So che è diffusa in alcune parti dell’Etiopia ed è profondamente traumatica e controversa.

Anche loro cantano e danzano, ma io non vedo l’ora di andarmene. Gli Hamer sono tutt’altra cosa e li porto nel mio cuore.

Non tornerei in Etiopia a breve. È stato molto impegnativo emozionalmente, quasi travolgente. Ho bisogno di tempo per assimilare il tutto.

Ad Addis Abeba incontriamo Khaterina, nata e cresciuta in Germania, vive in Etiopia da 10 anni ed è sposata con Anthenet. Mi dice che Bill Gates ha allungato gli artigli sulla nazione con i suoi OGM e i suoi fertilizzanti. Donna di carattere e di azione, Khaterina era stata mandata in Etiopia da un'azienda europea per sviluppare fertilizzanti naturali in loco, in villaggi e cittadine. Sua figlia è grande e vive in Germania. Con Anthenet non hanno figli.

In migliaia di chilometri non ho quasi mai visto trattori, autobotti, ecc. Non c'è quasi nessuno per strada appena saliti dalle città.

A Lalibela ho smascherato un emissario delle Big Pharma. Alloggia nel nostro hotel. Ceniamo due volte assieme visto che non c'è praticamente nessun occidentale. Mark, un inglese che vive in Nuova Zelanda. Ci dice che lavora per un ente tipo Caritas. Discorriamo del paese e dell'Africa. Piano piano ci rendiamo conto che è lontano anni luce dalla nostra visione ed interesse per la cultura del popolo. Dice di essere cristiano di fede ma non sa nemmeno che a Lalibela sono ortodossi, non sa niente dell'Etiopia. Eppure ci racconta che è venuto per sviluppare programmi nutrizionali. Cerco di approfondire, prima per curiosità, poi...

Dice che il programma prevede che le popolazioni abbiano cibo a sufficienza anche nella stagione secca. "Ah bene" asseriamo noi, "stai facendo un lavoro importante per l'umanità". Annuisce con un cenno d'orgoglio. Gli chiedo di spiegarmi il progetto, mi interessa moltissimo. Arriva al dunque e mi dice che portano fertilizzanti. "Ah..." gli chiedo, "sono naturali?". No.

"Ah..." gli dico: "Mark non penserai mica di venire qui a inquinare queste terre purissime??". Gli parlo di Khaterina e della sua azienda che produce fertilizzanti naturali in Etiopia. Gli dico che vorrei dargli il suo contatto ma non sembra interessargli per nulla. Quando infierisco, lui mi risponde con evidente imbarazzo che sì, si era ripromesso di pensare al naturale... . Eccolo. Un esempio di infiltrato. Pagato da quei farabutti per entrare nei programmi internazionali di sviluppo e vendere la loro merda a quei popoli che sono molto più sani di noi tutti. Il mattino lo vedo salire le scale per andare a fare la colazione. Mi comporto bene anche se vorrei inciampasse in un gradino. Ma non so trattenermi e gli dico: "Mark, don't take that fucking shit to these pure people". Mi giro e prendo le distanze.

A Lalibela scendiamo nelle chiese scavate nella roccia lavica 8 secoli fa. Le scene che vedo dentro ed intorno sembrano ferme a quel tempo. La devozione, i costumi, i visi, gli atteggiamenti, gli oggetti, tutto ciò che vedo è di un altro tempo. È antico, intriso di una solennità originaria. Solo la fioca luce delle lampadine appese a fili sottilissimi è un piccolo segno di modernità. I preti ci aprono libri secolari e ci recitano delle lodi in aramaico antico, ci sono tappeti per terra, sovrapposti disordinatamente. Dipinti donati dai pellegrini appoggiati a terra senza un ordine. Dalle piccole finestrelle con simboli storici religiosi entrano fasci di luce. Silenzio. Entrano fedeli venuti dai villaggi e baciano le pareti di roccia con tale solennità da sembrarmi epocale. Le genti di Lalibela sono tra le più bonarie e sorridenti che incontro in Etiopia. Saranno gli ultimi giorni del viaggio. Trascorsi in serenità e silenzio. La nostra casetta nel lodge si affaccia alle vallate e monti di Lalibela. Il cibo è ottimo, natura, silenzio.

Capitolo 3: La Città dei Santi, i Sufi e le Iene

Ad Harar le iene sono considerate angeli custodi, scacciatrici di spiriti. Le leggende narrano che difesero la città durante un assedio. Ci sono drenaggi tra le mura che circondano questa perla, quarta città sacra dell’Islam. Da lì l'ingresso la notte delle iene per ripulire il dedalo di stradine lastricate. Un tempo le iene entravano libere in città, passavano dalle aperture nelle mura e ripulivano i rifiuti: erano parte naturale della vita di Harar.

Oggi ci sono ancora, ma arrivano meno, restano ai margini o nelle discariche, e l’incontro è diventato più controllato, quasi rituale, a volte anche per i visitatori.

Harar è un'antica città islamica sufista, una medina storica le cui origini risalgono tra il X e il XIII secolo. Arriviamo dopo giorni di viaggio. La città moderna è come tutte le altre qui in Etiopia, ma quando a piedi, con le nostre zaino-borse abbiamo oltrepassato Asmadin Bari, la porta principale della città, siamo rimasti senza fiato. Si apre un vialone bianco lunghissimo, migliaia e migliaia di pali bianchi coprono interamente i due lati dei caseggiati, migliaia di persone camminano in entrambi i sensi, donne vestite di stoffe lunghe e colorate con il capo coperto. Mi sembra di essere catapultato indietro di duemila anni e allo stesso tempo in uno dei pianeti esplorati dalla flotta stellare di Star Wars. I pali sono impalcature. Stanno rifacendo le facciate. Mi dicono che in una settimana tutto sarà pronto. In tre giorni di permanenza vediamo i piastrellisti avanzare velocissimi sulle facciate.

È bellissima Harar anche se i muri impeccabilmente bianchi decorati in rilievo dai simboli culturali della città possono a prima vista farla sembrare troppo museo e poco città. Ma è solo la facciata. Ci vivono, mi racconta Nabil, circa 40.000 persone e dietro le porticine secolari poco è cambiato da quando fu fondata. La chiamano la città dei santi. Città di pace e tolleranza. Mi ci vogliono tre giorni per capirci appena qualcosa. Impregnata di secoli di fede islamica elevata nella sua forma più bella, il Sufismo che amo, traspare dai sorrisi e dall’allegria delle genti che vivono i viottoli. Alcune vie sono solo delle donne. Arrivano in massa dai villaggi e vanno a vedere i piccolissimi negozietti d’altri tempi di vestiti, scarpe e oggetti vari.

Vado a un Dhikr una sera accompagnato da Nabil. Prima ceniamo a casa dei suoi genitori che lo stanno ospitando dopo l’abbattimento della sua casa. I sufi la sera si ritrovano nelle zawiya, confraternite. Ora è Ramadan e non si suonano i tamburi ma il Dhikr, ricordo di Dio, si celebra lo stesso tutte le notti. Donne, uomini e bambini sono seduti sui tappeti. Ripetono i nomi di Dio, recitano formule come La ilaha illa Allah, cantano e respirano ritmicamente, talvolta oscillano o si muovono in modo cadenzato. È un’altra visione. Cambia il colore della pelle, i vestiti, i tratti somatici, le mura, gli inni e le lodi a Dio. Dall’Himalaya ai quattro angoli del mio mondo ho assistito alle formule di religioni e filosofie per connettersi all’universale e sono tutte mantriche. L’unisono della preghiera cantata e recitata da più persone emana una vibrazione trascendentale. Il suono è quindi un veicolo comune ai fedeli  di ogni credo e filosofia.

Mi accolgono con timido benvenuto. Tutti stanno masticando le succose foglioline di una pianta. Sui tappeti i rametti spogliati dei germogli sono ovunque e circondano i fedeli seduti molto vicini l’uno all’altro. Non sapevo che avrei ritrovato qui quella strana pianta. In Yemen molti anni fa ci ho avuto a che fare parecchio con mio grande stupore e devo dire ironicamente con divertimento.

Non si può parlare dell’Etiopia se non si descrive il chat. Vedo catene di montagne interamente coltivate a chat. Lo si esporta. Ha un peso enorme per l’economia e la vita sociale degli etiopi. In Yemen mi raccontano che il re ha provato a bandirlo provocando, mi racconta Ahmed, volontà di linciaggio. Capisco perfettamente e mi viene anche un po' da ridere. È come se si bandisse l’alcool da noi. La gente scenderebbe in piazza con mazze e bastoni. La guerra in Iran in confronto sarebbe forse poca cosa .E poi, ogni civiltà che si rispetti deve avere il solido monopolio di droghe nazionali che portino introiti immensi. In Yemen viene consumato da oltre il 70 per cento degli uomini, in Etiopia tra il 30 e il 50 per cento, poi Eritrea, Somalia, Kenya.

L'ho provato più volte anche qui oltre che in Yemen. Non mi piace l’effetto o forse non l'ho mai fatto bene con la loro pazienza. Preferisco le piante dei Rastafari di gran lunga. Lo psichismo di questo popolo ha sviluppato questa usanza che da conviviale e spirituale si dirama in problema sociale tra i giovani che alla sera, dopo che l’euforia li ha stancati, ci bevono sopra birra e arak. Il chat costa per loro, in proporzione, molto più del tabacco per noi. Problema quindi. Ma ad Harar i sufi lo utilizzano da secoli come veicolo alla preghiera. Si inizia a masticare verso il tramonto. A quell’ora si percepisce negli occhi arrossatissimi dei consumatori di chat l’euforia dell’avvicinarsi del momento dell’acquisto e dell’inizio maratona verde. Si scelgono le foglioline appena dispiegate. Si masticano lentamente, si aggiunge qualche arachide strada facendo per dare un tocco più gustoso e poi si ingoia. In Yemen invece non si ingoia, si trattiene nella mascella creando nei più anziani , deformazioni incredibili del tessuto. La mascella si gonfia e cade di lato quasi penzolando. Gli studenti lo usano per studiare. Mi dicono che si diventa molto svelti e arguti nel pensiero. Poi però scende e si va in paranoia. Conosco molto bene quegli effetti. Comunque a me non piace. Per fortuna.... Ma no dai, a sessant’anni ho imparato un pò a dosare le  spezie.  Pensate a quanto sono nel grande inpasto che compone la vita di un essere umano. Basta una manciata in più e si rovina la festa. Droghe, sesso, passioni, cibo, illusioni, egoismo, gelosia, apatia, invidia. Lo insegna l’essenza di tutte le religioni e filosofie, il buddhismo in vetta.

Mi rifiuto di dare in pasto alla iena un pezzo di carne attaccato a uno stecchino che mi vorrebbero far tenere tra i denti. Il primo boccone glielo do da uno stecco di trenta centimetri dalla mia mano. Il rumore sordo, secco e potente della mandibola che si chiude mi fa rizzare i capelli. La scena è irreale. Alle porte di Harar nutrire le amate iene protettrici della città è diventata un'attrazione turistica. Di turisti in cinque settimane e migliaia di chilometri ne troviamo pochissimi. Ma quella sera al calar del sole, mentre su un piccolo anfiteatro appena terminato osservavamo le iene arrivare al loro pasto, conosciamo una famiglia francese.

Li incontriamo il giorno in cui la loro figlia adottata in Etiopia incontra la madre biologica. Entrambe sono scure e si somigliano. La coppia francese dei genitori adottivi è seduta insieme a una nipote molto amica di lei. La madre etiope siede due gradini più su. È ben vestita e curata. Sua figlia è cresciuta in lingua francese. A diciotto anni i meravigliosi genitori adottivi la portano a conoscere quella donnina nera seduta visibilmente scossa due gradini più su. In quella situazione le due sono lontanissime. La figlia scatta foto, parla con noi in inglese e con la cugina e i genitori bianchi. Nessuno parla con la vera madre. La cugina ha cercato di apprendere alcune parole in amarico. La comunicazione verbale è quasi impossibile. La scena è tra il commovente e l'assurdo con le iene che camminano tra noi. L'amarico è per me impossibile da memorizzare. Sembra facile a sentirsi ma è contro ogni possibilità di sinossi nel mio cervello caucasico.

Un gattino nero miagola amichevolmente e in totale rilassatezza accanto a una iena sdraiata sul suo piazzale in attesa. Dalla boscaglia arrivano altre due iene. Il gattino nero è ancora più contento. Una iena passa tra le nostre gambe e si accovaccia sull’ultimo gradino. La notte è scesa. Torniamo.

Vedo un uomo vestito con una tunica nera con un bambino piccolo per mano. Si vede che non è etiope. La figura, i lineamenti, tutto. Ha gli occhi azzurri, pacifici, profondissimi. Mi guarda in profondità. Il bambino è altrettanto bello. Chi sono. Chiamo Nabil e gli chiedo di chiedere all’uomo chi è. Un siriano, scappato dalla guerra con tre figli. Uno senza gambe lasciate a una granata. Ora cerca di rifarsi una vita. Il suo paese è distrutto. Non chiede niente. Saluta. Io continuo a camminare ma ho il suo sguardo stampato nel cuore. Torno indietro e gli do i soldi che ho in tasca. Mi ringrazia con un cenno del capo e uno sguardo di riconoscenza difficile da dimenticare. Penso a quanto terrificante debba essere tutto questo. Mi monta la rabbia, mi va il sangue alla testa pensando a quanto possano essere orribili creature i miei simili.

Nella zona delle macellerie si nutrono invece le aquile. È una piazzetta della città vecchia, le mura che circondano la città sono vicine. Cinque le porte per accedere. Gli italiani a quel tempo ne ripararono e ricostruirono una buona parte. Mi mettono dei pezzi di carne in testa e in tre secondi sento il possente spostamento d’aria e un colpo sul mio berretto quando l’artiglio si chiude.

Ho passato molto tempo della mia vita in contatto con l’Islam nel mondo. C’è una vibrazione particolare nel loro vivere e manifestarsi che mi affascina e mi fa sentire a mio agio. Consapevole delle enormi differenze che ci dividono, consapevole che certe libertà di espressione personale, specialmente nel mio caso, non sono accettate, addirittura punibili.

Io sono nato e cresciuto nella mia civiltà, nel mio tempo. Viaggio da sempre, in prima persona ho imparato ad accettare, capire ed amare le diversità. Ho forse un pò imparato a trascendere lo psichismo dei popoli e andare dritto al cuore delle persone. Interminabile viaggio quello..

Se mi chiedono di che credo sono, e succede spesso qui, rispondo che sono di tutte le religioni del mondo, che Dio è uno. Sussultano ma assentono calorosamente. Se mi chiedono se ho figli e famiglia, rispondo che ho una famiglia meravigliosa che amo immensamente e che Dio non mi ha dato figli di sangue. Mi ha dato molto di più, mi ha insegnato che potevo essere padre di tutti i bambini del mondo. Se la conversazione segue e mi si chiedono spiegazioni racconto dei bambini che ho incontrato nel mio cammino in India che nutro e supporto. Dico loro i nomi e racconto le loro storie. Allora si incendiano di caloroso sorriso su quei visi.

Gli Hezbollah non rappresentano il popolo libanese. Hamas è Hamas, come Netanyahu non rappresenta il popolo ebraico e Trump l’Occidente. Sono dei balordi, come li chiama Gianfranco Pancino nel suo bellissimo libro. Quelli che hanno solo sete di uccidere. Votati incoscientemente da cittadini alquanto distratti.

Incontro un americano ad Harar. Lavora nella marina degli Stati Uniti. È un viaggiatore, si è preso un lungo periodo di tempo per viaggiare prima di tornare in marina per altri compiti. Non gli chiedo la sua mansione ma capisco immediatamente che il suo grado culturale è elevato. Parliamo a lungo e arriviamo alla guerra alle prime battute. Mi dice che è una bullshit, insensata, senza una direzione prevedibile. Non capisce. Gli chiedo perché Trump in America. Mi dice che quella grande fetta di popolo americano che lo ha votato, in questo preciso momento, mentre io e milioni e milioni di individui siamo sotto shock, impauriti, incazzati a morte, bene mi dice: quegli americani stanno bevendo una birra con la pancia piena di fronte alla TV. Vedono questa guerra come tutte le altre che la loro valorosa America fa da sempre. Non sanno nemmeno dove è geograficamente l’Iran. Hanno pancia piena e cervello in pappa.

Lei è di Memphis, giovanissima e molto carina. È appena stata in Pakistan e mi dice che è uno dei paesi che le è piaciuto di più. Sospira quando io e Martin parliamo di Trump.

I giovani in Iran mi raccontavano della loro convinzione che la stragrande maggioranza del popolo non crede a quel Dio. Credo a loro!! Glielo impongono con la morte!

I sufi interpretano il Corano sublimandosi nell’amore puro verso Allah, cercando nell’interiorità una verità che va oltre la rigidità dei dogmi terreni. Nabil mi tocca quando mi parla del suo modo di vivere il Sufismo. Un mattino mi dice: "Vedi, se ognuno potesse accettare la sua condizione di essere spirituale che verrà al mondo, si ammalerà e morirà, sarà felice". Quale immenso si apre a queste parole. Il sufi non lotta contro la realtà. La accetta come manifestazione della volontà divina. Nel Buddhismo, la sofferenza nasce dal rifiuto dell’impermanenza.

Gli chiedo perché le donne debbano accettare di essere scelte come seconde e terze mogli da un solo uomo. Gli racconto più brevemente dei Mosuo della Cina tra le province dello Yunnan e del Sichuan. Il popolo cinese dei Mosuo vive attorno al lago Lugu ed è famoso per una società matriarcale. Le donne guidano la famiglia, la casa appartiene alla linea materna e i figli prendono il cognome della madre. Le relazioni seguono il sistema detto walking marriage. La donna sceglie liberamente il partner, l’uomo la visita di notte e al mattino torna alla casa della propria famiglia. Non esiste matrimonio tradizionale e se la relazione finisce semplicemente non si incontrano più. I figli restano con la famiglia della madre e spesso lo zio materno ha il ruolo maschile principale nella crescita dei bambini.

Nabil sorride e ascolta con molto interesse. Mi risponde che, secondo la loro lettura, il Corano insegna che l’uomo che ne ha la possibilità deve scegliere come ulteriori mogli delle donne che abbiano degli handicap o siano state abbandonate dalla famiglia, che siano in pericolo di vita. L’uomo dovrebbe trascorrere lo stesso tempo con ognuna di loro e donare equamente ogni cosa.

Con questa frase Nabil ferma i miei passi. Ah, ma questo cambia tutto. Dalle mie parti questo non lo sa nessuno. Io compreso. I versetti sono stati scritti tra le guerre nei primi anni dell’Islam con molti uomini morti, quindi molte vedove e orfani senza protezione economica. Capisco il contesto. Non condivido . I tempi cambiano. Tutto cambia. Ma non sta a me infierire con queste culture imponendo la mia visione.

E così via dicendo dall’Islam dogmatico ortodosso ai cristiani ortodossi di Axum che non permettono a nessuna fede al di fuori della loro di avere luoghi di culto nelle loro città, nemmeno ai cristiani protestanti. Così mi dicono qui. E via dicendo con tutte le scissioni delle più influenti religioni del nostro tempo che prendono le distanze l’una dall’altra credendosi le uniche messaggere di Dio. Centinaia di milioni di abitanti di questo pianeta non sanno nulla delle altre fedi. Nulla di nulla. Non le vogliono nemmeno sentir nominare. Non basta pensare che l’istruzione possa elevare i popoli alla coesistenza. Chi crea l’istruzione? Solo una informazione aperta, colta e soprattutto libera può farlo. Ora nel 2026 in buona parte del pianeta l'informazione è corrotta dai poteri balordi. Dura andar d'accordo.

Mi son spaventato parecchio quando in più di un'occasione ho dovuto, ahimè, smentire che i draghi e le sirene svolazzino in occidente. Nelle capanne, chi non ha istruzione ma ha un cellulare potrebbe star vedendo un mondo creato con l'AI! Ahimè! Poi ci ridiamo sopra per fortuna. Meglio che vedano sirene e draghi che il faccione di M di Trump!

Il viaggio con Bruk è stato allegrissimo fin dall'inizio. La mia tagliente ironia lo fa sganasciare parecchio. Pantxoa è Pantxoa e lo adorano.

La città vecchia di Harar è proprio fuori dal mondo in tutto. Che fortuna averla visitata. Arthur Rimbaud ha vissuto dieci anni della sua vita in quella perla d’Africa. Patrimonio UNESCO anche la sua residenza che visitiamo un mattino, visita che dedico interamente a un grande amico.

Capitolo 4: Il Caffè, le Case Vive e il Ritorno all'Armonia

L’Etiopia è un cantiere aperto in questo preciso momento. Manodopera a bassissimo costo a volontà in ogni angolo del paese. Tra qualche mese chi farà il nostro stesso percorso vedrà tutt’altra cosa. Vedrà i viali di tutte le città e cittadine di Etiopia messi a nuovo con alberelli, erba e grandi marciapiedi pedonali. È impressionante. Il presidente Abiy ha deciso di passare all’azione. Non si sa con quali soldi. Mi parlano della Cina che scava, paga e briga. Sappiamo tutti che sono molto presenti in Africa. Del resto del mondo non parliamo.

Chi farà qualche ora di macchina, magari in fretta appena scesi dall’aeroporto più vicino, vedrà le città di una nazione apparentemente lustra. Ma lustro è solo il viale principale, appena dietro le facciate dei negozietti e tutto il resto che accompagnano la strada è tutto come prima. Lamiere, case posticce, groviglio di umanità accalcata in angusti spazi. Non in tutte le città, molte sono “decorose” ai nostri occhi, ma la maggior parte sì. Etiopia ora 2026. Si comincia dal famoso viale principale, poi da lì in poi si vedrà il da farsi molto molto più in là.

Ad Addis Abeba e in molte città compaiono auto elettriche. Ora si possono acquistare solo così. Bandito il motore a scoppio, salvo i veicoli al momento insostituibili. Nelle città lungo la Rift Valley vedo code per il riconoscimento biometrico. I centri di molte città sono in costruzione, eppure non vedo gru e pochissime ruspe. In tremila chilometri avrò visto tre trattori nei campi.

Sono in tanti. Il secondo paese più popolato d’Africa. Si lavora e si costruisce tutto con bastoni di eucalipto per le impalcature e secchi. Manca quasi tutto per portare la modernità che, per fortuna, molti non vogliono.

Alcuni popoli, come gli Hamer, ne hanno già assaggiato le pene e preferiscono vivere in equilibrio con Mama.

Ci sono molti modi di viaggiare ed esplorare e capire un popolo. Ho incontrato un austriaco una sera al Doho Lodge e molti altri occidentali nei miei viaggi che mi raccontano di aver visitato un gran numero di paesi e mi danno la loro visione, giudizio, sinossi. Visitano il must see del paese in una settimana, max. Su e giù dagli aerei (in Etiopia ci sono piccoli aeroporti ovunque nei centri grossi) e con rapidi spostamenti in macchina. Non si può capire quasi nulla così di un popolo come questo e molti altri in quel modo. Si torna a casa con la foto di Venezia, Roma e Firenze fatte in tre giorni consecutivi, come fanno i cinesi, senza capire poco o nulla del popolo che ospita le grazie. Così si creerà una parte rilevante dell’informazione su un determinato paese che può essere tutto fuorché profonda.

Io sto appena scalfendo la superficie. L’umore di un popolo si percepisce sulla strada.. Sebbene ci abbia speso 5 settimane, non ho visto nulla delle immensità del sud-ovest e sud-est, centro-est e centro-ovest.

BUNNA

Non posso non parlarvi del caffè. È il più buono del mondo. Qui è nato, si dice. Bunna si chiama in amarico. Ne beviamo quattro o cinque al giorno. Lo preparano le donne su piccoli altarini posti a ogni angolo di città e villaggi. Per terra si sparge dell’erba fresca. Su un baldacchino si tengono in bella vista tutte le tazzine bianche, messe ordinatamente. Si accende il braciere con il carbone e si fa rosolare il caffè piano piano. Quando è bello caldo e fumante la donna passa a farlo annusare agli ospiti. Poi lo rompe e lo polverizza, lo mette dentro l’ampolla nera, aggiunge acqua e lo fa maturare aizzando il fuoco del carbone. Poi accende un altro piccolo fornello con delle braci, vi versa dell’incenso e porge il tutto a ogni cliente. L’incenso è onnipresente in Etiopia, si accende ovunque giorno e notte. Non è come quello delle nostre chiese, è molto diverso, profuma buonissimo. Una volta depositato il fondo, la donna verrà con la tazzina e verserà il caffè fino a trabordare nella tazzina. Si beve quindi sorseggiandolo dal piattino. Spettacolo! Gli altarini di caffè che vedo da nord a sud sono delle composizioni ogni volta da ammirare.

C’è una lunga storiella sulla ritualità del caffè in Etiopia. Nella cerimonia se ne dovrebbero bere tre, che corrispondono al numero delle prove che dovette superare la bevanda prima di essere considerata esente da spiriti, visto che le capre di un pastore — si narra — avessero mangiato i chicchi di caffè millenni or sono diventando pazzerelle ed eccitate. Una figlia promessa in sposa dovrà preparare il caffè a casa della futura suocera, che ne osserverà ogni movenza. Il sì o no allo sposalizio dipende tutto da come saprà districarsi la giovincella.

Dai Dorze siamo arrivati il terzo giorno di viaggio lungo la Rift Valley dove si concentra gran parte dell’Etiopia urbanizzata. Zona di laghi azzurri e marroni. Il lodge mi piace subito: è in cima alla criniera di montagne che sovrastano i laghi di Chamo e Margherita. Chiediamo di restare due notti, non una. Ho insistito molto con Anthenet sulla possibilità di adattare il viaggio al nostro ritmo (lentissimo!). È silenzio lassù. Si sta benissimo in quei bungalow rotondi, semplici, puliti, spartani d’Africa.

Vi è solo un altro ospite, un signore dai capelli bianchi e dal viso occidentale.

Visitiamo il villaggio in compagnia di Rasta, così vuole che lo chiami: ha i dread. La camminata tra i sentieri del villaggio è idilliaca. Passiamo tra boschi di bambù, alberi secolari, animali, casette di legno e terra, campi coltivati. Tutto è impeccabilmente curato, naturale, bello, armonioso. Tutti sembrano felici e giocosi. Non ci sono macchine, moto, trattori, motoseghe, nessun rumore meccanico. Sono i Dorze. Salutano con Aimalé.

Le loro case si rimpiccioliscono. Sì, proprio così. Mi sembra di essere in una favola mentre mi descrivono la lunghissima vita delle loro case. Sono alte fino a sette metri. Dopo oltre cent’anni diventeranno delle piccole capannine di un metro e ottanta dove si fila il cotone. Prima però, quando erano ancora alla venerabile altezza di quattro metri, sono state l’alcova degli sposi novelli.

Sono le termiti a decidere i cambiamenti. Proprio così. Che allegria mentre osservo le canne di bambù rosicchiate alla base. La casa è un ovale allungato. Dentro è scurissima e una coppia di maturi sposi è davanti a un fuocherello. È quasi buio dentro. Il fuoco ed il fumo temprano il legno. Tutti i legni del telaio della casa, incluse le migliaia di canne di bambù che coprono il tetto, poggiano sul terreno. Le osservo e vedo che vi è uno stacco dal terreno alle canne. Sono le termiti. Ci mettono decenni a rosicchiare pochi decimetri, ma arriva il momento in cui è troppo. Bisogna tagliare tutta la base della casa ed abbassarla. Dopo , bisognerà spostarla per lasciare spazio alla nuova.

Ogni nucleo familiare nel villaggio è composto da un minimo di sei o otto persone. Nel cortile gli alberi di falso banano si ergono grandissimi. Con una delle loro foglie si ricava abbastanza cibo per qualche pasto. La fibra raschiata nel gambo produce una pasta che viene sotterrata e fatta fermentare in più fasi. Quando è pronta viene cotta sul fuoco e sembra una specie di piadina. Hanno galline, capre, mucche. Ogni famiglia è felicemente autosufficiente.

Il mattino mi alzo all’alba e cammino sulla punta della criniera. Vi è un cerchio di pietre. Entro e mi rivolgo al sole. La connessione con mio padre è fortissima. Mi lascia con un grande senso di gratitudine.

Keni lavora al lodge. Ci piacciamo subito. Quando mi guarda vedo che indaga profondamente il mio essere. Quasi mi imbarazza. Keni viene dal villaggio. C’è un tavolo da ping pong e facciamo lunghe partite.  È un essere speciale, parla bene inglese. Discutiamo a lungo della vita, del pianeta e dei suoi dei. Della sua Africa, del suo villaggio, del suo desiderio di diventare una guida turistica. In Etiopia bisogna studiare per poterlo essere.

Mi dice di aver provato a studiare nella città ma non si sente a suo agio tra il cemento. Non ce la fa. Vuole stare nel silenzio delle sue montagne e nel suo villaggio senza macchine.

Tessono cotone i Dorze. Parliamo a lungo e cerco di capire come aiutarlo. . Indago sulla sua vita, chiedo a Bruk se lo conosce. Bruk mi conferma che Keni è un essere speciale e di fidarmi di ogni sua parola. Umanità vuole che ci siano imbroglioni in ogni dove. Per studiare senza andare in città ,Keni ha bisogno di un computer e dei soldi per l’iscrizione. Faremo!

È impressionante quanto bisogno di idee ci sia qui in Etiopia. Ad ogni angolo trovo soluzioni a problemi anche minimi che loro non sanno affrontare. C’è così tanto da fare qui. Sanno poco o nulla di come gestire le loro risorse per incrementare il turismo che vogliono fortemente.

Ah, se potessi avere più vite, una la passerei ad aiutare questa gente.

Vengo ascoltato attentamente quando espongo la mia opinione sulla gestione di un lodge o degli spazi delle innumerevoli acque termali presenti nella Rift Valley.

Vorrei poter supportare un altro progetto con Sarawit nel loro Happy Village. Ci sono delle acque termali che producono sabbie utilizzate da secoli per guarire le genti che vengono da lontanissimo. Il posto è bellissimo e ci facciamo fare questo bagno di sabbie calde. È tutto spartano. In una specie di capanna ci sdraiamo a terra e ci coprono di sabbia nera e caldissima.

Sarawit e i giovani del villaggio hanno formato un’associazione che si occupa di preservare l’ambiente e le acque termali. Mi dice di voler costruire in quel bel prato da dove sgorga l’acqua delle costruzioni in cemento per fare i bagni di sabbia. Lo scongiuro di non farlo. Gli parlo di come quel posto dovrebbe rimanere il più naturale possibile. Costruire sì delle casette per il bagno di sabbia, ma rigorosamente in legno. Incanalare l’acqua, ma utilizzare le pietre del posto.

Mi ascolta, annuisce. Poi mi dice di aver capito perfettamente. Gli propongo di disegnare tutto il posto e di dare un contributo alla realizzazione del progetto. Mi informo su di lui da Bruk e da Khaterina, la moglie di Anthenet. Sarawit è super ok. Bene.

Il city boy Bruk sembra come noi, scivolare con lo sguardo dal finestrino su una umanità che gli è già lontana.

È abile in tutto, dalla meccanica all’elettronica. Vive in un appartamento, va ai concerti negli stadi, cantava gospel in una delle chiese ortodosse di Addis. In città guida le auto elettriche che le varie agenzie gli danno per scortare turisti, politici, uomini d’affari.

Suo fratello lavora in banca, vice direttore manager con uno stipendio di 800 dollari al mese. Un cameriere nella capitale ne prende 100, molti 30 e meno ancora. Compera la Toyota 4x4 che noleggia insieme al fratello freelance per i lunghi tour come il nostro. Amichevole con tutti, specialmente con le meravigliose donne etiopi. Non vi è paese che io abbia visitato che possa vantare tanta bellezza nelle donne. Sono uno schianto!! Bowie ha colto uno di quei fiori.

City boy quindi. Ha fatto il salto quantico dall’arcaico rurale al cemento tecnologico.

Se ripenso, a distanza di settimane dall’inizio di questo viaggio, ai timori che avevo verso l’Africa dopo trent’anni dall’ultima volta che vi avevo messo piede, non posso che sentirmi cambiato profondamente. Il mio stesso metro nel valutare i pericoli di un viaggio era traviato, sbagliato, ingiustificato. Ero succube dell’informazione, della percezione che abbiamo dell’Africa: terra di malattie e conflitti, sottosviluppata, povera, sporca. Ma questa è Etiopia, ed è sì anche questo, ma non si può etichettare così, dall'alto al basso e sentircene superiori. No. Questa è una civiltà nel nostro mondo con tutta la complessità, diversità e problematiche che hanno tutte le altre, da un polo all'altro.

Vive qui ora, come tutti noi, ma la sua è un'epoca molto diversa dalla nostra. Noi siamo esseri tecnologici, ibridi meccanici che si proclamano vicini all'immortalità e credono di poter sopravvivere senza la loro stessa materia matrice di tutta la vita. Loro invece aspettano la pioggia esultando con le braccia al cielo quando viene copiosa, curano e accarezzano i semi dei loro raccolti ed ogni goccia d'acqua.

Degna quindi questa umanità di sedere a ogni tavolo di discussione, e non dimenticata, snobbata o sfruttata come si è sempre fatto in nome della presunta superiorità puramente tecnologica della nostra civiltà.

Capitolo 5: Il Battesimo dei Farangi e la Scelta della Pace

Io sono sempre più consapevole, vedendo tutto questo, che il metro di misura con cui la nostra civiltà moderna si proclama evoluta sia in realtà solo un suo parametro.

Evoluto non è forse un uomo che vive di armonia, pace, bellezza, amore?

Qui, tra le tribù degli Hamer che ho incontrato e in gran parte dell’umanità rurale etiope, è così. Noi bisticciamo al lavoro, in famiglia, sulla strada, negli stadi… moriamo nelle discoteche, distruggiamo popoli, attacchiamo, deprediamo, abbiamo bombe che possono annientare l'umanità.

Potrei continuare fino a domani o ricordare semplicemente che visti da qui i Farangi hanno distrutto una parte enorme del pianeta che li ospita mentre loro, se la modernità che gli abbiamo portato non avesse portato milioni di persone a nascere nelle città, avrebbero forse continuato tutti a vivere in armonia con essa, curata, amata, madre. Chissà... Il Covid è stato un segno, una fiammella che si è posata sulla nostra terra, e piano è iniziato l'incendio. Shiva mi dice il mio amico israeliano Daren. È momento di cambio. L'oscurità si è spinta troppo dentro la luce...

Ho incontrato dei centenari nei villaggi. Incontri che segnano profondamente.

Ho avuto scambi di sguardi con bambini per strada, dal finestrino della macchina in corsa, che non dimenticherò mai.

Con anziane e anziani.

Con giovani guerrieri e promesse spose al salto dei tori della mia tribù preferita, gli Hamer, nella valle dell’Omo, sul suo fiume vicinissimo al lago Turkana.

Un fiume che abbiamo attraversato in un tronco cavo d’albero.

È difficile a parole descrivere l’incontro con i loro occhi.

Io lascio la porta aperta. Cerco di comunicare pace .

Allora lo sguardo di quelle genti arriva dritto al cuore.

In un tempo indeterminato, sospeso, scorre un flusso denso di emozioni e informazioni che non hanno parole.

Sono codici universali di fratellanza.

Mi sono commosso più volte in questi incontri.

L'energia di questa terra così percettibilmente Madre e matrice di vita è fortissima, il cibo è organico, potente ed incontaminato quasi ovunque in questo viaggio sulla strada. Abbiamo scelto di alloggiare nelle città solo se necessario. Nei villaggi il cibo è organico fino all'osso. Dà vigore, ingrassa velocemente. Molti legumi, cereali, spezie, carne. Non ci sono fertilizzanti negli orti e nei campi della stragrande maggioranza degli Etiopi, non ci sono nemmeno i trattori. Non c'è nulla di tecnologico nelle campagne e nelle montagne ed altipiani. Niente di niente. Aria ,cieli e terra sono puri. Case fatte di legni, terra, sterco. Non c'è nulla negli utensili quotidiani delle famiglie che sia di plastica. Nelle zone umide dell'Etiopia è una visione edenica. Una vita arcaica, rurale, armoniosa e altrettanto meravigliosa. Dove manca l'acqua cambia tutto. Qui è così palese. Venite qui barbari col ciuffo biondo a capire da dove viene la vita e cosa va difeso.

Ma cosa sono quegli esseri che vogliono sporcarsi del sangue di mezza umanità? Cosa sanno della loro origine, del valore di una goccia d’acqua o di un granello di terra matrice di vita? 4 anni fa nel Tigray, a poca distanza da dove mi trovo sono morte, mi dice Robin, un milione di persone, il governo parla di centomila. Una guerra loro e con Eritrea in mezzo che sembra stia per scoppiare di nuovo proprio ora. Questo il nostro mondo amici. Chi non ha mai fatto la guerra scagli la prima pietra. L'occidente farebbe meglio a seppellire braccio, pietra, corpo e tutto il resto.

Viaggiamo da settimane via terra tra una umanità di oltre cento milioni di persone che vivono da e della loro terra. Milioni di persone con utensili di legno e metallo. Al sud l'unica plastica che vedo sono le taniche gialle presenti in tutta l'Etiopia per prendere e trasportare l'acqua. Il resto è tutto organico. Tutto! Le casette sono umili, bellissime, pulite, ordinate dentro e fuori. Non è cambiato niente da migliaia di anni. Non credevo fosse possibile nel mio tempo. Eppure c'è! Sono immensamente grato di essere qui. Ora sono stanchissimo e attendo qualche giorno di riposo a Lalibela con grandissimo piacere.

È molto impegnativo questo viaggio. La mente non ha pace. La quantità di informazioni che arrivano attraverso tutti i sensi è immensa.

Dovevamo restare venti giorni e poi scendere in Uganda e Kenya. Invece restiamo qui, immersi in una realtà lontanissima dalla nostra. Siamo qui a cuore aperto, a scalfire appena questa immensa cultura sconosciuta ai più, come gran parte dell’Africa.

Così profonda e complessa. Madre assoluta. La Terra generatrice che ha plasmato in materia l’animale Uomo.

Noi farangi, come qui chiamano gli occidentali - parola antica che deriva dai Franchi, i Crociati europei - stranieri bianchi. Anche se viandanti di pace, osservatori, viaggiatori del nostro tempo, siamo comunque visti da una gran parte specialmente dei bambini come stranieri bianchi ai quali chiedere denaro.

È morto un amico al ritorno dal Congo un anno fa per malaria. Era partito in missione con una grande donna da lì originaria per portare attrezzi agricoli al villaggio di lei. Stavamo partendo per venire qui, era tutto pronto, ma abbiamo abbandonato per quella paura così radicata in me e per i più aggravata dallo shock del Covid che ha decimato il turismo in gran parte dei paesi che ho visitato da allora. Qui in Etiopia, come in Bolivia nell'Isola del Sol, il calo del turismo è drammatico per chi ci vive, mentre, per i viaggiatori come me, ahimè... l’opposto. Oggi sono qui e gracias a Dios sto benone. Un grave pericolo viene dai bianchi farangi in questi giorni.

Quel mattino ho letto del caro Andrea sul giornale mentre bevevo un caffè. Sono rimasto spezzato. Tra il dolore della perdita e il terrore di avere un biglietto in tasca per l’Etiopia. Torna dall’Africa e muore di malaria. A seguire i casi registrati in Italia, nel mondo e bla bla bla. Gli articoli dei giornali sono tutti uguali. Di malaria si può morire se non si cura e non si è fisicamente in forma. Il caro Andrea purtroppo è stato uno di quei casi che le notizie hanno volutamente, diciamo, tralasciato per non togliere fottuto vigore all’effetto del peggiore dei veleni che ci iniettano. Shock, paura, dipendenza. Che ai vertici vuol dire controllo. Khaterina, tedesca che vive in Etiopia da anni, mi dice con naturalezza che lei la fa curare con l’artemisia e che, come viene, se ne va. Tocco ferro comunque e si va con karma fiducioso.

Questa Africa mi ha battezzato un mattino del primo giorno di questo lungo viaggio a Shashamane. La comunità Rastafari d’Etiopia. Non ne sapevo che  poco o nulla. Pantxoa più di me come in molti altri argomenti. I rastafari credono in un Gesù nero.

Sandrine e Alexander sono venuti dalla Francia ventidue anni fa, con Sandrine incinta per la terza volta, una figlia piccola e un cane, per vivere il rastafarianesimo nella terra promessa. Sono stati loro a benedire il mio viaggio e a togliermi la paura dell’ignoto africano. Mi hanno sussurrato cosa c’è nel loro cuore sull’Occidente e il loro Gesù salvatore, strappato dalla sua terra d’origine e portato nelle terre farangi con un nuovo look sbiancato, in tono con il volere del potere.

Alexander è un percussionista molto conosciuto, pratica yoga, è fervente nel condannare le malefatte dell'Occidente e nel praticare il rastafarianesimo. Nato a Guadalupe e cresciuto a Parigi. Con Sandrine hanno aperto un lodge venticinque anni fa in mezzo a un campo secco dove hanno fatto crescere bellissimi alberi di frutta e frangipani dai fiori fucsia e profumatissimi. Scuro, ha i capelli rasta fino al suolo, ancora nerissimi. Entrambi hanno passato i 60 anni. Anche lei ha i dread lunghissimi ma sono biondo bianco. È un amore Sandrine. Si occupa del lodge cucinando cibo vegetariano e buonissimo. I loro figli sono grandi. La prima notte di questo immenso viaggio la passiamo da loro e non dimenticherò.

Avevamo dimenticato il repellente per le zanzare e ad Addis Abeba non c’è stato modo di recuperarne uno. Ero terrorizzato dalla malaria, dal tifo, dalla febbre gialla, e pensare che negli ultimi due anni sono stato in Amazzonia tre volte... Sandrine mi parla con i suoi occhi azzurri e vivissimi, e mi dice con tutta naturalezza e confidenza di stare tranquillo, che l’Africa non è così. Che lei ci vive da 25 anni e non si è mai ammalata, mi dice che è una paura nostra. Mi dice di stare un po’ attento all’acqua come nella maggior parte del mondo, mi dice che la malaria c’è, ma non così diffusa  e si cura ovunque. Anche con l’Artemisia.

Amorevolmente mi dice di strappare le ancore e volare nella Madre di tutte le Terre che saprà accudirmi e farmi sentire più vivo che mai. Così fino ad oggi, a 4 giorni dal rientro, è stato. Alexander al sorgere del sole stende delle grandi stuoie nel cortile e mi accompagna con una sessione di yoga molto profonda. Ci offrono una super colazione e saliamo in macchina con Bruk che ancora non conosco. Il mio umore non è più lo stesso. Ho lasciato a terra la zavorra. Ora sono libero e battezzato a questa Terra! Vamos!

In questa terra di altipiani freschi con circa 80 tribù e più di 50 lingue, cristiana prima dei nostri cristiani e musulmana dagli albori degli avventi, sono stati sconfitti tutti gli invasori, italiani compresi. Mai stata colonizzata l’Etiopia. Questo, insieme all'enorme diversità culturale presente, la rende un paese estremamente diverso nel contesto africano.

È un viaggio via terra per scelta. Il poco turismo si sposta in aereo. È un viaggio dal finestrino, non sono abituato ad essere guidato ad ogni passo ma come rientro all'Africa va bene così!

Ogni spostamento costa un giorno: ore di jeep tra questa immensa umanità rurale. Passiamo settimane su quella jeep con il fantastico Bruk. Qui non si può guidare da stranieri. Farangi ci chiamano. Siamo noi gli alieni qui, e fanno bene a guardarci così.

Cosa abbiamo fatto ai loro vicini. Schiavi. Colonie. Sfruttamento del suolo. A questo si aggiunge l'innata perdita di buon senso  dei popoli che sfocia  in orribili guerre.

L’incontro con gli Hamer, i Mursi, i Dizi mi ha travolto e catapultato in una realtà ancora viva e in gran parte armoniosa con Madre Terra.

Ancora vivo. Arcaico. Presente.

Non ho tempo quasi per riguardare le migliaia di foto che ho scattato.

Cerco di sintetizzare goffamente queste settimane in poche righe. Non ho tempo se non per dormire e poco più.

Si è rotto il ghiaccio. Avevo una certa irrequietezza di fronte all’abisso culturale che sto vedendo, alla vastità a cui mi affaccio e al tentativo di poterla descrivere a parole.

La musica e l’arte aiutano, offrendo altre chiavi di lettura. So che posso farlo e lo farò a Lalibela, quando ci fermeremo qualche giorno.

È impegnativo essere qui, tra la polvere della stagione secca etiope. L’energia è potentissima e non lascia spazio. È un flusso continuo di immagini che attraversa occhi, mente e cuore.

Tutto deve trovare posto nel mio giardino interiore.

Scriverò. Lo prometto a me stesso e a chi leggerà.

E poi scoppiano ancora guerre mentre viaggio nella sconfinata volontà di pace dell’umanità.

Con Israele e Gaza ero in India, lungo il Brahmaputra, tra bufali e risaie. La guerra in Ucraina iniziava mentre ero immerso nel plancton luminescente della penisola di Barú, in Colombia.

L'attacco a Libano e  Iran mi vede qui, nel Parco Nazionale delle Bale Mountains, nella Harenna Forest, foresta primaria. Ho dormito in tenda, piccolo come una formica tra alberi alti cinquanta metri.

Eternamente grato per tanta fragile magnificenza.

Ma cosa sono quegli esseri capaci di distruzione, sporchi del sangue di mezza umanità? Cosa sanno della loro origine, del valore di una goccia d’acqua su un granello di terra, matrice di vita.

Non puoi far niente, mi dico. La storia si ripete. Le civiltà fioriscono, si azzuffano e appassiscono da sempre. Non so… qui in Africa… sento il peso del colore della mia pelle, udendo il frastuono della mia guerra, quella della mia civiltà. Alcuni chiedono se siamo ebrei, altri se siamo americani. Vorrei dire spagnolo! Lunga vita a Sanchez. Fosse per me gli regalerei anche l’Italia, con tanto di ringraziamenti, canti, danze e papillon per essersela presa! Sono figlio della Terra, non di una nazione.

Mi rifiuto di vivere nella paura. Mi rifiuto di essere e vivere nella paura.

Il mondo è grande, immenso, come lo è l’amore e la volontà di pace delle sue genti. Il mondo che vedo non è pieno di nemici.

I balordi sono pochissimi e fanno grande danno, ma la volontà e l’azione potrebbero fermarli.

I media sono malati. Quasi tutta l’informazione mainstream lo è. Godono e guadagnano di ogni nostro clic sulle loro pagine di sangue, pagati per farlo.

Ah… se potessimo dedicarci con più impegno all’esercizio della libertà e della pace.

Etiopia 2026.

Mando luce.

Stefano.

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Chapter 1: The Sacred Womb of Earth and Water

"Aimalé, beautiful people." This is how the Dorze greet you on the slopes of Ethiopia’s Great Rift Valley.

The difference between our peoples is epochal: it is another world within my world. I am in the Sacred Womb of Earth and Water.

I am so far away, here in this tip of the Horn of Africa. Out there, it is war, again and again. Even here, shots are fired. Peace is not. Eritrea, Somalia, Sudan, Tigray. Muslims, Orthodox, Protestants. Modernity advances, creating misery where perhaps there had never been any. But it is not as one thinks or believes. Perhaps little to nothing is as it seems.

The south of the country is clean. A marvelous rural civilization. Dignified, worthy, strong.

I wake at midnight, and even earlier, every morning. Here, near the equator, the sun rises at 6:00 and sets at 18:00. Twelve hours of light and twelve of darkness. We are in 2018 in Ethiopia. Zero hour, our midnight, corresponds to 6:00 AM. Everything begins with the rising of the sun.

We leave Addis Ababa airport in the dark, shortly before dawn. A gust of fresh, clean air hits me, smelling of eucalyptus. I stop, breathe, look around. It is a most pleasant welcome. We are at 2,800 meters. We will often be at high altitudes, exceeding 4,000. The ancient Sufi city of Harar is at 1,800 meters, Lalibela at 2,400. Perfect heights for these latitudes. Eternal spring. Tomorrow, instead, we will be 120 meters below sea level in the Danakil Depression.

Ethiopia, geographically Africa, is also a world apart. Africa is immense. I understand it now, on these dusty roads. This is the fragmentary perception of a privileged traveler.

We travel accompanied by an Ethiopian driver, Biruk—for us, Bruk. Good karma gifted him to us. We are spending long weeks together and thousands of kilometers. We are Hermanos.

Bruk is a "city boy," as I often call him. Born in houses of wood and mud and raised in the city, the capital: Addis = flower. Abeba = rising. Addis Ababa. Married with three beautiful children. Good English. Bruk is likeable, sunny, light-hearted.

We crisscross the Rift Valley, zig-zagging in and out of the gigantic, living crack that has always fascinated me. From Lake Turkana in the extreme south to the northern border with Djibouti in the Danakil Depression. In Ethiopia, the tectonic fracture is encased between imposing plateaus that average 2,000–2,500 meters. This enormous rupture in the Earth's crust extends for about 6,000 km, starting from Southwest Asia and reaching Mozambique.

It is the dry season. Copious rains arrive around June and, until September, radically change the landscape. I think: I would like to return during that period and see it lush green, to see the rivers, the lakes, the pools, the trees and the grass glistening in the sun. Tsehai (the sun in Amharic) is implacable: as soon as the Kiremt rains exhaust themselves, everything dries up immediately. The rivers parch; nature and men survive with a minimum expenditure of energy—millions making enormous efforts.

We are water! And it is so blatant here how water is at the root of our existence. The closer the wells are to the villages, the less exhausting the lives of millions. I have seen daily migrations of thousands upon thousands of children and donkeys going to fetch it with the yellow jerry cans provided by the government. The lucky ones travel a few kilometers each day; the less fortunate sometimes travel for days.

Water conditions life enormously: where it exists year-round, the Ethiopians' harmony with nature caresses and gives peace; where it is scarce, work becomes brutal. Life changes.

Water is energy in all its forms. The Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), the largest hydroelectric infrastructure in Africa. It rises along the course of the Blue Nile, which has its source in Lake Tana. The dam is fundamental to Ethiopia's energy strategy.

I was in Egypt, fleeing during the time of Covid. The construction of the Ethiopian dam was in the newspapers every day. Never in the millennia of history of the great Nile had anyone, other than Egypt, dared to do such a thing. To touch the Great River! We read of threats to bomb the dam by the Egyptian government. In a context where indispensable water resources are a source of contention, we looked deeper into the issue among the Egyptian people. The government instilled great fear: "The Nile will drop, it will be a catastrophe." Looking at Google Earth, you understand it immediately: 120 million people live concentrated along the Nile Valley. Apocalyptic consequences were predicted.

It was not so. Ethiopia managed Egypt's fear with a gradual filling over years, using only the rainy seasons. The water is not "consumed": it passes through turbines to create energy and then continues to flow toward Egypt. It was a manipulation created by the media and the government. The usual story... nothing is as it seems! The mainstream is corrupt to the bone.

Of course, if it does not rain enough, everything changes for everyone. Ethiopia, however, has every right to derive resources from the Nile just as Egypt has. The Egyptians struggle to conceive that someone else might love that river, live by it, and sing its praises for millennia. The rivers, the earth, the sky, the mountains belong to everyone! Mother Earth hosts us all together, without distinction.

The government is rebuilding every city and village center; it wants boulevards with sidewalks and bike paths (I haven't seen a single bike in thousands of km!). It brings water by truck to many areas, but millions depend only on their own efforts. I understand how immensely complex it is to manage a nation of 150 million, but I believe water must be the absolute priority: water even before sidewalks and before the electricity that is missing. It is estimated that 60 million people—a nation the size of Italy—live without electricity, as they always have. They must dig wells first.

Millions are forcibly removed from their homes in cities. Wherever the road passes, they want wide boulevards; houses are demolished and moved back, and many are given only a tiny piece of land to rebuild with their own strength. This creates distress and tension. One man told me: "Why can't they build a new center elsewhere? We have plenty of space." He is right.

Imagine what it means to bring "cementification" to a population of 150 million, many of whom have lived for millennia on their lands.

Chapter 2: Between Dust and Scars

Now I travel in the dust. I try to imagine how it must be in the wet season as I observe the terraces of barley, corn, and wheat on slopes now scorched. I am a chlorophyllian! It’s fine... the humanity I pass through would not let me look away for long anyway. Such is the intensity of the encounter with this civilization.

The country is vast, almost four times the size of Italy. It has few roads—good, but few. Along the Rift Valley run the main arteries; from there, a few roads branch out toward the remote plateaus of the four corners of the country.

We often travel hundreds of extra kilometers to reach cities like Harar. Unfortunately, many areas are inaccessible due to instability: Axum, Gondar, and the Tigray region are not advisable by land. Grateful, nonetheless.

I don’t know what to expect from Harar. I found the south of the country much cleaner than the north. Plastic was banned recently. In the south, they collect and recycle, leaving a rural landscape almost intact.

I meet the Hamer people by a nearly dry river, a tributary of the Omo. What a people, these Hamer. How marvelous. For them, time does not run forward: it returns. It is made of seasons, animals, rituals. The future is not a project to build, but a balance to maintain. Good karma allows me to witness the "Jumping of the Bulls." We spend the whole day with them.

Thirty years ago, contact with the Maasai in Tanzania shook me to the core. The Hamer, even more so. They are beautiful, statuesque, elegant, sober, graceful, and deeply rooted in their being. The women sing and dance continuously. I see that some have scars on their backs; some are bleeding.

Then it happens. Two young people approach. He has a stick in his hands. Her gaze is fire—defiance to the ultimate power. She approaches the young male and signals for him to strike. He does, hitting the woman's back with a lightning-fast movement. In his face, I notice a sweetness in stark contrast to the act of violence. I see blood on the young Hamer woman's back.

She ignites and, without taking her eyes off him for a single moment, approaches and signals that she wants to be struck again. She turns to the others, screams something, raises her fists in a sign of strength. She approaches again. You hear the dry crack of the whip on flesh, sharp and definitive. She bleeds.

The lashings are not punishment, but a ritual gesture: women choose to receive them to prove loyalty, create bonds, and embody strength. The scars become visible memory, a writing carved into the body.

I exchange gestures with them. They are affectionate, good-natured. But who are these beings? The distance between our civilizations seems unbridgeable. Every face I observe possesses a wisdom, a full and conscious presence.

Wisdom has no color, no race, no time. It is balance.It is determination without rigidity.It is acceptance that is not surrender, but understanding. It is light.

The Dassanech touch me much less. They live in a kind of tin igloo in stifling heat. The villages are dilapidated. I am told they practice infibulation. It is deeply traumatic and controversial.

I would not return to Ethiopia anytime soon. It has been emotionally demanding, almost overwhelming. I need time to assimilate it all.

In Addis, we meet Katharina, born in Germany, living in Ethiopia for 10 years. She tells me that Bill Gates has extended his claws over the nation with his GMOs and fertilizers. At Lalibela, I unmasked an emissary of Big Pharma. He stays at our hotel. Mark, an Englishman living in New Zealand. He says he works for an organization like Caritas. We realize he is light-years away from our interest in the culture. He tells us they bring fertilizers. I ask: "Are they natural?" No.

"Mark," I say, "you wouldn't think of coming here to pollute these purest lands?" I talk to him about Katharina's company which produces natural fertilizers. When I press him, he responds with evident embarrassment. The next morning, I can’t restrain myself and tell him: "Mark, don’t take that fucking shit to these pure people."

In Lalibela, we descend into churches carved into volcanic rock 800 years ago. The scenes I see inside and around seem frozen in that time. The devotion, the faces, the attitudes—it is all from another age. It is ancient, imbued with an original solemnity. Only the dim light of bulbs hanging from thin wires is a small sign of modernity.

Chapter 3: The City of Saints, Sufis, and Hyenas

In Harar, hyenas are considered guardian angels, chasers of spirits. Harar is an ancient Islamic Sufi city, a historical medina. We arrive after days of travel. When we crossed the Asmadin Bari, the main gate, we were left breathless. A long white boulevard opens up, thousands of white poles cover the buildings, thousands of people walking—women dressed in long, colorful fabrics with their heads covered. It feels like being catapulted back two thousand years and, at the same time, onto a planet explored by the Star Wars fleet. The poles are scaffolding. They are refinishing the facades.

They call it the City of Saints. A city of peace and tolerance. Impregnated with centuries of Islamic faith elevated to its most beautiful form, the Sufism that I love, which shines through the smiles and joy of the people.

I go to a Dhikr one evening. Sufis gather in zawiyas, brotherhoods. Now it is Ramadan, and the drums are not played, but the Dhikr—the remembrance of God—is celebrated every night. Women, men, and children are seated on carpets. They repeat the names of God, chanting "La ilaha illa Allah." It is another vision. From the Himalayas to the four corners of my world, I have witnessed the formulas religions use to connect to the universal, and they are all mantric. The unison of prayer creates a transcendental vibration. Sound is a vehicle common to the faithful of every creed.

They are all chewing the succulent leaves of a plant: Khat. You cannot talk about Ethiopia without describing Khat. It has an enormous weight on the economy and social life. In Yemen, I saw its effects years ago. For Sufis, it has been used for centuries as a vehicle for prayer. It makes the mind sharp and quick, though later comes the "down" and paranoia. At sixty, I’ve learned to dose the spices of life. Think of how much they are part of the great dough that composes a human life. Just an extra handful and the party is ruined. Drugs, sex, passions, food, illusions, ego, jealousy. The essence of all philosophies, with Buddhism at the peak, teaches this.

At the gates of Harar, feeding the beloved hyenas has become a tourist attraction. That evening, we meet a French family. They are there for the day their daughter, adopted in Ethiopia, meets her biological mother. The daughter has grown up speaking French. At eighteen, her wonderful adoptive parents brought her to meet that little black woman sitting two steps up, visibly shaken. The daughter takes photos, talks to us in English. No one speaks to the true mother. The daughter and mother are worlds apart. The scene is between moving and absurd, with hyenas walking among us.

I see a man dressed in a black tunic with a small child by the hand. He has blue eyes, peaceful and deep. He is a Syrian, escaped from the war with three children. One lost his legs to a grenade. He asks for nothing. He greets us. I keep walking, but his gaze is stamped on my heart. I go back and give him the money I have in my pocket. I think of how terrifying all this must be. Rage builds in me, my blood boils thinking of what horrible creatures my fellow humans can be.

Chapter 4: Coffee, Living Houses, and the Return to Harmony

Ethiopia is an open construction site right now. Cheap labor is everywhere. President Abiy has decided to take action. They talk of China digging and brokering. In Addis Ababa, electric cars appear. The internal combustion engine is banned, except for essential vehicles.

There are many ways to travel and understand a people. I met an Austrian one evening who visited the "must-see" sites in a week. You can understand almost nothing that way. You go home with photos of Venice, Rome, and Florence made in three consecutive days, without understanding the people.

I am barely scratching the surface. The mood of a people is perceived on the road.

BUNNA I must tell you about the coffee. It is the best in the world. Bunna it is called in Amharic. We drink four or five a day. Women prepare it on small altars on every corner. They roast the beans slowly. They powder it, put it in a black vessel, add water. They burn incense—it is omnipresent in Ethiopia, smelling wonderful. You drink it sipping from the saucer. Spectacular!

From the Dorze, we arrived on the third day. The lodge is atop a ridge overlooking Lake Chamo. It is silent up there. We walk through bamboo forests, ancient trees, houses of wood and earth. Everything is impeccably cared for, natural, harmonious. No machines, no mechanical noise. They greet you with Aimalé.

Their houses shrink. They are up to seven meters high. After a hundred years, they become small huts of one meter eighty. The termites decide the changes. The house is an elongated oval. Inside, it is very dark; the fire and smoke temper the wood. Every few decades, the base must be cut because the termites have gnawed it, and the whole house is lowered.

Every family is happily self-sufficient. I wake at dawn and walk to the ridge. There is a circle of stones. I enter and turn to the sun. The connection with my father is very strong. It leaves me with a great sense of gratitude.

Chapter 5: The Baptism of the Farangi and the Choice of Peace

I am increasingly aware that the yardstick by which our modern civilization proclaims itself evolved is actually just one parameter.

Is not an evolved man one who lives in harmony, peace, beauty, and love?

Here, among the Hamer tribes and much of rural Ethiopia, it is so. We bicker at work, on the road, in stadiums... we die in nightclubs, we destroy peoples, we have bombs that can annihilate humanity.

The Farangi (Westerners) have destroyed an enormous part of the planet that hosts them. The Covid was a sign, a flame that landed on our earth. A moment of change. The darkness has pushed too far into the light...

I have had exchanges of glances with children from the car window that I will never forget. With elders. With young warriors and promised brides.

The energy of this land is so perceptibly "Mother" and the matrix of life. The food is organic, powerful, and uncontaminated. In the villages, air, skies, and earth are pure. Houses made of wood, earth, dung. Nothing in the daily utensils is plastic. It is an Edenic vision. An archaic, rural, harmonious life. Where water is missing, everything changes.

But what are those beings who want to stain themselves with the blood of half of humanity? What do they know of their origin, of the value of a drop of water or a grain of earth?

This Africa baptized me one morning in Shashemane, the Rastafarian community of Ethiopia. Sandrine and Alexander came from France twenty-two years ago to live the "Promised Land." They blessed my journey and took away my fear of the unknown.

Alexander is a percussionist; Sandrine occupies the lodge, cooking vegetarian food. I was terrified of malaria, typhus, yellow fever. Sandrine told me with naturalness: "Stay calm, Africa is not like that. I have lived here for 25 years and never got sick. It is a fear of yours." She told me to fly into the Mother of all Lands, which would look after me and make me feel more alive than ever. And so it has been. I have left the anchor on the ground. Now I am free and baptized to this Earth! Vamos!

Ethiopia was never colonized. This makes it an extremely different country in the African context.

The meeting with the Hamer, the Mursi, the Dizi has overwhelmed me and catapulted me into a reality still alive and in great part harmonious with Mother Earth. Still alive. Archaic. Present.

I don’t have time to look at the thousands of photos I’ve taken. Everything must find a place in my interior garden. I will write. I promise it to myself and to those who will read.

And then wars break out again while I travel in the boundless will for peace of humanity. Attacking Lebanon and Iran... while I am here in the Bale Mountains, in the Harenna Forest. I slept in a tent, small as an ant among trees fifty meters high. Eternally grateful for such fragile magnificence.

I refuse to live in fear. The world is large, immense, as is the love and the will for peace of its people. The world I see is not full of enemies. The "balordi" (the thugs/fools) are very few and do great damage, but will and action could stop them. The media is sick. Almost all mainstream information is. They enjoy and profit from every click on their pages of blood.

Ah... if we could dedicate ourselves with more commitment to the exercise of liberty and peace.

Ethiopia 2026.Sending light.

Stefano.

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